QUARANTENNALE TESTIMONIANZA DI MARCELLO CARLINO

L’amico Marcello Carlino, docente universitario, critico letterario e studioso ed esperto di arti visive, tra i massimi rappresentanti dell’intellighenzia frusinate (e non solo), ha collaborato costantemente e preziosamente con la nostra associazione, partecipando fattivamente a molti eventi da essa prodotti e realizzati. La sua testimonianza, che analizza ed illustra in modo magistrale alcuni elementi distintivi della “cifra” artistico-culturale mia e dell’Appeso, incentrata sul versante della voce e della parola, è tratta dal saggio “Un teatro della voce della parola” contenuto nel volume “Il Teatro dell’Appeso 1980-2010 – Storia, Documenti, Testimonianze”, da me curato per il trentennale della Compagnia (2010).

Le foto che mi ritraggono in scena sono relative agli spettacoli: “Paese d’Anima” (recital da e su Tristan Corbière, di Alfonso Cardamone e Amedeo di Sora, prima versione, Roma, Teatro dell’Orologio, 1989); “La condanna” (atto unico da Franz Kafka di Amedeo di Sora, Roma, Teatro Furio Camillo, 1993)

Amedeo di Sora

 

<< (…) La voce può essere il teatro; il suo corpo e i suoi timbri hanno la forza e il rilievo necessari per profilarsi a sbalzo, per comporsi in volumetria, plasticamente, su di una semplice quinta nera; la sua ampiezza tonale può “far ricco” un teatro povero: questi alcuni assunti, queste alcune convinzioni sistematicamente ribadite. Che alla voce sia attribuito l’incarico di sostituire una scenografia che non c’è, di rimpiazzare i movimenti degli interpreti fra i praticabili, di compensare le coreografie che nell’allestimento non sono possibili, tutto ciò Amedeo di Sora lo calcola con puntuale attenzione. Crede anch’egli, come Carmelo Bene, che nella voce si contenga un’orchestra; più di Carmelo Bene, egli crede che la voce abbia un suo corpo che non ha bisogno di ancorarsi, di sorreggersi alla materialità gestuale del corpo dell’attore alle prese col grand jeu del teatro. (…) La sua dizione spesso si arrotonda, e accompagna e dilata e asseconda risonanze che prolungano la pronuncia, che estendono e impastano in un soffio armonico il respiro dei fiati per rinvio analogico agli strumenti musicali.

I toni bassi pertanto non sono mai spinti giù fino al cavernoso; e gli alti non si inerpicano in acuti laceranti. La filosofia attoriale di Amedeo di Sora s’attiene a una misura di ampiezza orchestrale che comunque rifugge le dissonanze, gli stravolgimenti decostruzionisti di beniano programma. Il detto ha intorno a sé spesso sciami di sussurro.

D’altro canto quella di Amedeo di Sora è una presenza di voce, corporea quanto serve, che si mostra pressoché in assenza di corpo. Non la gestualità, non la sottolineatura con l’enfasi di movimenti d’accompagno: la sua recitazione avviene in astrazione. È la sola voce a recitare, una voce dotata di una pastosità corporale sua propria che si linearizza e si perfeziona in una allure come astratta, fatta di controllo ritmico, di misura armonica sempre contenuta, elegante, rifiutata a picchi dissonanti. (…)

Il teatro della voce per di Sora non vale a destrutturare la parola; in uscita dalla avanguardia, lontanissimo dal birignao del teatro borghese della rappresentazione, il suo teatro è anche e soprattutto un teatro della parola. Si potrebbe perfino coniare per lui e per la sua esperienza una definizione ad hoc: un teatro della voce della parola, un teatro che riattiva la phoné per riabilitare la carica di riflessività e di conoscenza, ovvero di astrazione concentrata a conoscere, della parola. 

Non sembra irriferibile al suo percorso, infatti, un sogno-programma di Pasolini (e siamo negli stessi anni in cui il teatro si apre ad una sperimentazione serrata): quello di un teatro della parola chiamato a rendersi strumento dialogico di riattraversamento della tradizione, di osservazione delle correnti di pensiero, di costruzione culturale.

Non a caso la formazione di chi ha concorso a dar vita al Teatro dell’Appeso e ne ha animato tante stagioni è letterariamente molto solida e consapevole; e non a caso quel Teatro nasce accompagnato da un programma rigoroso, da un pronunciamento preciso di teoria teatrale. Non a caso, come in Pasolini, l’articolato dei princìpi che correda l’attività associativa intorno al teatro poggia sull’antropologia e contempla una storia che si sposa al rito, un rito collettivo, e alla necessità antropologico-umana e sociale, variamente modellata, del suo istituirsi e del suo prodursi; e non a caso il cartellone dà conto di molteplici attraversamenti di generi, di epoche, di forme; e non a caso i testi portati in scena dal regista in più di una circostanza sono letterari e ciò che egli realizza sovente è un adattamento teatrale di un’opera di letteratura. 

Ho usato sopra il termine “adattamento”; avrei dovuto adoperare, e sarebbe stato più consono, il termine “lettura”, e non già perché alcune delle performances sono recitals di poesie. È che di Sora legge nel senso che interpreta, e interpreta nel senso che presta il teatro ad una enucleazione di significati plurimi delle parole, ricche di risorse polisense, che si raccolgono in un testo letterario.

(…) Amedeo di Sora recita parole; la sua voce corporea è astratta, sola sulla scena che è povera, che è fatta di nulla, che sembra vuota del corpo che emette la voce, non riveste personaggi, delinea personaggi-parole (i personaggi più ricchi, personaggi-mondi), impersona parole. E non le nomina, le legge, le decritta per noi perché noi stessi siamo invogliati a decrittarle, viaggiando attenta e prensile, pronta all’ascolto e alla riflessione, fra i polisensi di cui sono conteste.>>

Marcello Carlino

 
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