Quarantennale: testimonianza di Alfonso Cardamone

“Alfonso Cardamone è una delle figure “storiche” che hanno contribuito significativamente all’attività teorica e prassica della Compagnia Teatro dell’Appeso. Poeta, drammaturgo, saggista, docente, amico e compagno di tante avventure artistiche, culturali, politiche, esistenziali. Insieme abbiamo composto e realizzato scenicamente  diverse opere, tra le quali: “Paese d’Anima” da e su Tristan Corbière e “La storia del soldato” da Afanasjev. La sua testimonianza, che analizza ed illustra sapientemente la poetica teatrale dell’Appeso, è tratta dal saggio “La Maschera gli Oggetti la Parola” contenuto nel volume “Il Teatro dell’Appeso 1980-2010 – Storia, Documenti, Testimonianze”, da me curato per il trentennale della Compagnia (2010).

Le foto che ritraggono insieme Alfonso Cardamone e Amedeo di Sora risalgono a due importanti manifestazioni culturali promosse e organizzate dalla Compagnia Teatro dell’Appeso: “Dal teatro oltre il teatro – Parola oh cara!” (1985); “Il Teatro e le Voci”- III Edizione dedicata a Federico Garcia Lorca (2006).

Le altre foto riguardano i primi spettacoli della Compagnia Teatro dell’Appeso: “Fàsmate d’Ottobre” (1980), di e con Amedeo di Sora su Vladìmir Majakovskij e “Frammenti di Thànatos (o della nerezza)” (1982), ricreazione dal mito di Orfeo ed Euridice, elaborato, diretto e interpretato da Amedeo di Sora. Interprete femminile: Norma Orci”.

Amedeo di Sora

 

<< La prima volta non so più quanti anni fa. Amedeo era ancora quasi un ragazzo. Appassionato, nonostante la cura che poneva nell’apparire distaccato, nella sua ricerca teatrale, rigoroso già allora nell’approfondimento delle ragioni teoriche che invocava a disciplinare il fervore creativo.

Mi aveva invitato ad assistere ad una prova dell’allestimento scenico a cui stava lavorando: il mio primo impatto con il Teatro dell’Appeso. Quello che s’impose allora alla mia attenzione per rimanere poi vivo nella memoria (…) fu la predominanza delle maschere, manipolate, indossate, deposte, accantonate, quindi tratte nuovamente fuori dall’ombra e dal silenzio, per tornare ad essere esibite nella loro enigmatica presenza, riconsegnate al miracolo della metamorfosi e della parola. Maschere ed oggetti scenici, accuditi circonfusi di un’aura quasi sacrale. Così mi apparve, nella sua prima manifestazione, l’esperienza dell’Appeso.

In un teatro cosiddetto d’avanguardia, costantemente e disperatamente avvitato su se stesso, alla ricerca di un’identità da reinventare (così fu nella seconda metà del secolo scorso, così è, per molti versi ancora oggi la vicenda del teatro di ricerca in Italia e non solo in Italia), la scelta dell’Appeso, a partire da quella prima esperienza di cui fui privilegiato testimone, è stata sempre, coerentemente e coraggiosamente, quella di segnare innanzitutto una cesura netta sia con la scena tradizionale della “rappresentazione” sia con quella dei balbettamenti di una “sperimentazione” persa dietro l’autolesionismo della pretesa autonomia di ogni e qualsiasi “significante” scisso dal suo inscindibile “significato”.

(…) La ricerca artistica perseguita senza pause o riflussi, nel corso di tutti gli anni succedutisi a quella prima esperienza (prima alla mia diretta conoscenza), ha trovato espressione in un percorso segnato dalla costante ricerca di senso in quanto affermazione di valori soggettivamente decisi e coerentemente assunti dall’attore-autore o, per meglio dire, dal collettivo degli attori-autori (anche quando il gruppo si è impegnato nella messa in scena di lavori originali di singoli autori, e più volte si è trattato di opere dalla paternità condivisa tra me ed Amedeo, è sempre valsa la pratica di farne coautori tutti gli attori impegnati nella messa in scena).

(…) Questo solo – ci racconta l’Appeso – può essere ancora il teatro: l’esperienza di una rivolta permanente contro l’ovvietà accecante e ipocrita che imbalsama il cosiddetto reale. “Il Teatro dell’Appeso – dirà ancora Amedeo – nasce dalla volontà di Sacrificio Totale e di Dispendio; ha origine dal rifiuto di tutto ciò che tende all’utile”.

Ed ecco la chiave interpretativa offerta già agli inizi dalla presenza invasiva dello spazio scenico da parte delle maschere e degli oggetti enfatizzati: tutto rimandava agli insegnamenti di Dioniso, le maschere al furore metamorfico, gli oggetti ai simboli del gioco.

E anche quando maschere ed oggetti diradarono la loro presenza in scena, dando spazio alla Parola, l’insegnamento che da loro promanava non fu dimenticato e la Parola fu anche e soprattutto inveramento della Maschera e degli Oggetti.

Troncare la testa alla Menzogna, questo l’imperativo categorico dell’attore che volle e vuole il Teatro dell’Appeso! E per questa operazione, con apparente paradosso, è fondamentale la Maschera che, nel mentre stesso che trasporta l’attore nell’altrove, nell’altro da sé, lo pone ogni volta nella condizione di sperimentare non già la Verità (menzogna della metafisica), ma altre e differenti possibili verità: “lo innalza”, cioè (come scrive il nostro carissimo amico Fernando Mastropasqua in un suo memorabile Congedo), “a una nuova coscienza del sé quando la maschera sia smessa, a una diversa visione del mondo che contrasta con quella preesistente”.

Questo è il senso del “gioco del teatro” (...)>> 

Alfonso Cardamone

 

 

 

 

 

 

 

 

 
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