Quarantennale testimonianza di Filippa Dolce

Ricordo perfettamente il giorno in cui Filippa Dolce mi si presentò per la prima volta, nella piccola sala teatrale underground di Via del Plebiscito a Frosinone, che negli anni novanta si chiamava CAT (Centro di Attività Teatrali) e che, negli anni sessanta, aveva ospitato le straordinarie attività di sperimentazione del Teatro Club dell’indimenticato Gian Carlo Riccardi, mio caro amico, regista ed artista visivo di spiccato ingegno e di rara sensibilità. Come lei stessa riferisce in questa pregnante testimonianza, il suo scopo primario era quello di migliorare la dizione. Ben presto, però, si iscrisse al corso di recitazione promosso dall’Appeso e da me diretto. Fin dai primi incontri, ebbi modo di apprezzare il suo impegno appassionato, la sua presenza scenica, le sue doti espressive. Per questo, le proposi di entrare a far parte della Compagnia e le affidai ruoli importanti, come quello di Frieda ne “La condanna” da Kafka da me riscritto, diretto e interpretato insieme con Dario Facci e Valentino Pagliei; spettacolo che fu selezionato a partecipare nel 1992 al Festival Internazionale di Santarcangelo di Romagna.
Un prestigioso traguardo per la nostra Compagnia, un’esperienza memorabile. Andammo in scena a mezzanotte, in una sala gremita, davanti a un pubblico attento e prodigo di partecipati silenzi e di calorosi applausi. E Filippa fu una splendida Frieda.

Amedeo di Sora

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Filippa Dolce

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